di: Myriam Ines Giangiacomo
#SDGspertutti: 16 - Promuovere società pacifiche e più inclusive

Promuovere società pacifiche e più inclusive per uno sviluppo sostenibile; offrire l'accesso alla giustizia per tutti e creare organismi efficaci, responsabili e inclusivi a tutti i livelli”, questo è l'Obiettivo 16.

Continuiamo nella nostra declinazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU nella quotidianità. Come è possibile, a ciascuno di noi, promuovere società pacifiche e più inclusive perseguendo l’equità e la sostenibilità sociale?

Questa domanda, a mio parere, presuppone una preliminare riflessione sul concetto di giustizia sociale, strettamente connesso a quelli di equità, pari opportunità, accessibilità, inclusività e simili. Per favorirla penso possano essere utili alcuni passi di Amartya Sen, economista, filosofo e accademico indiano, Premio Nobel per l'economia nel 1998, che, partendo da un esame critico dell'economia del benessere, ha sviluppato un approccio radicalmente nuovo alla ‘teoria dell'eguaglianza e delle libertà’.

Nel suo libro ‘Lidea di giustizia’, Sen scrive:
«Ciò che ci tocca non è, cosa piuttosto logica, la constatazione che il mondo è lungi dall’essere totalmente giusto - ben pochi di noi lo pretendono - ma il fatto che esistono ingiustizie palesemente risolvibili a cui desideriamo porre rimedio.

Lo rileviamo abbastanza chiaramente nella nostra vita quotidiana dove può capitarci di subire ingiustizie, prevaricazioni verso cui a buon diritto proviamo avversione; ma la considerazione vale anche per le diffuse manifestazioni d’ingiustizia che si riscontrano nel complesso del mondo in cui viviamo. È ragionevole ritenere che i parigini non avrebbero dato l’assalto alla Bastiglia, Gandhi non avrebbe sfidato l’impero sul quale il sole non tramontava mai, Martin Luther King non avrebbe combattuto la supremazia dei bianchi “nel paese degli uomini liberi e patria dei prodi”, se non avessero avuto la consapevolezza di trovarsi davanti ingiustizie palesi a cui era possibile porre rimedio. Essi non aspiravano a un mondo perfettamente giusto bensì, nella misura del possibile, a eliminare le ingiustizie manifeste.

Identificare le iniquità che si possono correggere non è soltanto lo stimolo che ci induce a riflettere su giustizia e ingiustizia è anche un fattore centrale nella teoria della giustizia. […] Ma perché bisogna elaborare una teoria della giustizia?
Per capire il mondo non è mai sufficiente limitarsi a registrare le nostre percezioni immediate. Per capire è sempre indispensabile riflettere. […]

Una sensazione di ingiustizia può costituire un segnale che ci spinge ad agire ma ogni segnale richiede una disamina critica, e la validità delle conclusioni basate essenzialmente su segnali va sempre sottoposta a verifica. […]
Occorre inoltre chiederci che tipi di ragionamento vadano presi in considerazione per mettere a fuoco concetti etici e politici come quelli di giustizia e ingiustizia. In che modo può acquisire oggettività il rilevare un’ingiustizia o l’identificare ciò che potrebbe ridurla o eliminarla?

È necessaria, a tal fine, una specifica forma di imparzialità, per esempio l’affrancamento dai propri interessi personali? Ed è necessario correggere alcuni comportamenti che, quand’anche non dettati da interesse personale, costituiscono comunque un riflesso di preconcetti e pregiudizi superabile mediante il confronto razionale con interlocutori non viziati dalla medesima ristrettezza di vedute? Quale ruolo giocano la razionalità e la ragionevolezza nel comprendere le caratteristiche delle richieste di giustizia? […]

La presenza dell’ingiustizia risolvibile può, a volte, essere legata a trasgressioni comportamentali piuttosto che a carenze di tipo istituzionale. La giustizia, in ultima istanza, ha a che fare con la vita vissuta delle persone non soltanto con la natura delle istituzioni che la circondano. Per contro, molte delle principali teorie della giustizia dedicano eccessiva attenzione a come produrre ‘istituzioni giuste’ e assegnano ai comportamenti dell’individuo un ruolo secondario e sussidiario. […]

Nella riflessione sulla giustizia la messa a fuoco della vita reale ha non poche implicazioni di rilievo quanto alla natura e alla portata dell’idea di giustizia. […]

I pregiudizi poggiano in genere su una qualche forma di ragionamento, magari estremamente rozzo (razzismo, classismo, discriminazione di genere e pregiudizi di ordini castale rientrano in questa sfera, insieme a numerosi altri tipi di fanatismo confortato di un rudimentale uso del raziocinio).

Il più delle volte l’’irrazionalità’ non consiste nella completa deroga dal ragionamento ma nell’uso di ragionamenti molto primitivi e difettosi.
Questo apre la porta alla speranza, perché ai cattivi ragionamenti è possibile contrapporne di migliori. Impegnarsi in un confronto razionale ha dunque senso, anche se è possibile che sulle prime molte persone rifiutino il confronto, sebbene invitate.

L’importante non è una pretesa onnipotenza della razionalità in ciò che ciascuno va pensando. Una pretesa del genere è irrealistica, e del resto non ve n’è bisogno. […] La cosa essenziale è determinare ciò che la ragione esigerebbe al fine di perseguire la giustizia, senza con questo escludere la possibilità che esistano più posizioni razionali diverse tra loro. […] L’indagine razionale occupa un posto chiave nella comprensione della giustizia anche in un mondo segnato da tanta ‘irrazionalità’. Anzi, in un mondo siffatto può risultare decisiva».

Declinare nella vita quotidiana di ciascuno l’obiettivo 16, quindi, per noi si concretizza nella pratica del pensiero critico, nella consapevolezza di ‘come pensiamo’ oltre che di ‘cosa pensiamo’ quando parliamo di giustizia, ingiustizia, equità, iniquità, uguaglianza, disuguaglianza e altri delicati concetti a questi correlati.

Il nostro invito è a fermarsi e osservare da quali percezioni muova il nostro impulso ad agire, per superare eventuali ‘ragionamenti molto primitivi e difettosi’ e aprirsi a ragionamenti migliori anche sapendo accettare che questi possano portare a ‘più posizioni razionali diverse tra loro’.

Si tratta di aprirsi al riconoscimento delle ragioni dell’altro, oltre che delle nostre, e di assumerci la responsabilità dei nostri pensieri e delle decisioni che ne conseguono sapendo che, molto più spesso di quanto ci sembri, non siamo di fronte a una scelta inequivocabile tra una posizione giusta e una sbagliata ma piuttosto di fronte all’ambiguità, all’incompletezza delle informazioni e alla problematicità dei fatti - che non possono essere superate senza farsene carico -, talvolta a veri dilemmi che sfidano ragione e sentimenti.

Quella della riflessione e della conduzione di ragionamenti ‘ben formati’ è una pratica che certamente promuove società pacifiche e più inclusive e che aiuta a perseguire l’equità e la sostenibilità sociale.
E che, come tutte pratiche, richiede una disciplina quotidiana, un’allenamento che possiamo applicare innanzitutto a noi e alla nostra esperienza: quando ci sentiamo giusti?
Quando pensiamo di agire in maniera equa? Quali sono le condizioni per la nostra imparzialità di giudizio? Quale, in questa situazione, sarebbe un agire giusto? Perché? Per chi?

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