Riflessioni da vicino e intorno al concetto di società equa ed inclusiva

Abbiamo chiesto a Marcella Mallen, Presidente di Prioritalia e a Myriam Ines Giangiacomo, fondatrice di Bottega Filosofica, poche parole a chiudere idealmente la conversazione di martedì 4 giugno, organizzata nell’ambito del  Festival dello Sviluppo Sostenibile 2019 con un evento dedicato all’Obiettivo 16. Ne è venuto fuori un dialogo che spazia dall’approccio filosofico al doversi guardare allo specchio, passando per la musica di Giorgio Gaber.

Marcella Mallen: “L’incontro del 4 giugno mi ha permesso di riflettere sui concetti di giustizia, inclusione ed equità in una modalità inedita. Insieme alla ventina di partecipanti riuniti allo Spazio dell’Anima in occasione del Festival dello Sviluppo Sostenibile dell’ASVIS, partendo dagli obiettivi del goal 16, con l’aiuto della filosofia ci siamo confrontati in un dialogo interessante e a tratti intimo, condividendo la difficoltà di passare dalla teoria alla pratica quotidiana. Ripensandoci mi sono venute in mente queste parole:
Un’idea un concetto un’idea
finché resta un’idea è soltanto un’astrazione
se potessi mangiare un’idea
avrei fatto la mia rivoluzione
.
Il testo della canzone “Idea di giustizia” con cui Giorgio Gaber coglieva come sempre nel segno, stigmatizzando un atteggiamento che non è mai passato di moda ma, al contrario, ha creato voragini tra il dichiarato e l’agito, tra il dire e il fare”.

Myriam Ines Giangiacomo: “Ah, cara Marcella, che salto indietro nella memoria. Questa canzone di Gaber è stata, insieme a “La libertà” la colonna sonora del mio impegno di ragazza. Di questa mi tornano in mente queste parole:
Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l'uomo più evoluto
che si innalza con la propria intelligenza […]
e convinto che la forza del pensiero
sia la sola libertà.
La libertà non è star sopra un albero.
Non è neanche un gesto o un'invenzione.
La libertà non è uno spazio libero.
Libertà è partecipazione.

Hanno molto a che fare con quello che cerchiamo di fare qui, ovvero praticare un pensiero ben condotto da cui trarre azioni coerenti. Nella consapevolezza, però che, se ciò non accade in un territorio inclusivo, in cui tutti hanno voce e possono partecipare alla costruzione di una visione nuova, qualunque esercizio di bel pensare è inutile”.

Marcella: “Per alcune persone, me compresa, non è difficile intraprendere discussioni e confrontarsi dialetticamente sui massimi sistemi, cercando definizioni consone a identificare cos’è giusto e cos’è sbagliato, discettare di diritti e discriminazioni, magari facendo leva sulla condivisione di uno status sociale e culturale affine a quello dei propri interlocutori”.

Myriam Ines: “Certo, lo capisco. Soprattutto quando il confronto è su temi ‘alti’ e ‘grandi’ come quelli della giustizia e dell’equità, è molto facile rimanere sui massimi sistemi e ‘non vedere’ qual è il nostro ruolo, essere consapevoli che i livelli implicati arrivano fino a noi e al nostro agire quotidiano. Non si tratta solo –  e nel caso della nostra conversazione del 4 giugno era anche un po’ inutile – di consolarsi reciprocamente su quello che lo Stato non garantisce e sull’iniquità del sistema, sentendosi impotenti a generare qualsiasi cambiamento. Si tratta di riflettere - di guardarsi allo specchio, anche attraverso le esperienze narrate dagli altri – su cosa ci accade, a livello personale, quando quell’anelito, giustissimo, a vivere in una società più giusta ed equa, arriva a noi. Come è implicato il nostro ‘piccolo’ agire nella quotidianità? Come siamo o possiamo essere noi, anche noi, costruttori di quella società e agenti di cambiamento? Cosa non ci piace? Quando e in che modo ci rendiamo conto di non essere, alla prova dei fatti, come ci piacerebbe essere?”

Marcella: “È vero, guardarsi allo specchio è un’altra cosa, è mettere in gioco la coerenza tra i principi e i comportamenti  della quotidianità, quando si devono affrontare persone e situazioni reali. Un conto è pensare e un conto è agire, prendere una posizione nella complessità che ci circonda e nell’immediatezza dell’occasione in cui siamo chiamati a decidere. Cosa accade sul lavoro, per strada, in vacanza quando incontriamo e ci dobbiamo – anche nostro malgrado – scontrare con il diverso, il problema, il bisogno umano?”

Myriam Ines: “Sono d’accordo, la pratica è altro e la vita ci interroga, ci mette alla prova tutti i giorni. A volte siamo pronti, a volte no. Ma questo non ci deve scoraggiare, è umano essere tentati di rimanere nella nostra zona di comfort soprattutto quando si tratterebbe di aprire la nostra casa, di far entrare l’Altro, lo sconosciuto, nella nostra intimità. E la strada è esattamente quella di cui hai fatto esperienza tu, nella storia che ci hai raccontato: conoscere. Sospendere il giudizio e ‘correre il rischio’ di incontrare quell’Altro. Una persona reale, che ha un nome, un volto, una storia, per cogliere in lei i moltissimi tratti che ci accomunano - in quanto umani – e per arrivare, senza soverchi timori, a nutrirci e arricchirci reciprocamente della nostra diversità, della nostra unicità.
E se abbiamo davvero, intimamente,  colto la sfida dell’apertura, dell’inclusione, saremo in grado di accogliere autenticamente anche noi stessi quando ci potrà capitare di essere messi di fronte alla nostra inadeguatezza”.

Marcella: “Sono questioni aperte, su cui continuo a riflettere, anche grazie all’incontro del 4 giugno, stimolata da quei semplici esercizi maieutici condivisi, all’aria aperta, in un clima di totale sospensione di giudizio, con voi e gli amici di Bottega Filosofica”.

Myriam Ines: “Grazie a te e a tutti gli amici che hanno partecipato”.

 

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