di: Myriam Ines Giangiacomo
#SDGspertutti: 10 - Ridurre le disuguaglianze

Continuiamo nella nostra esplorazione non convenzionale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU per avvicinarli alla vita quotidiana di ciascuno, questa volta ci dedichiamo all'obiettivo 10, "Ridurre l'ineguaglianza all'interno e fra le nazioni".

Ma, per ridurre le disuguaglianze… bisogna coglierle. Rendersi conto che, nella maggior parte dei casi, anche quando ci riempiamo la bocca della parola ‘meritocrazia’ dimentichiamo di guardare all’inizio della storia.

Se lo facessimo, facilmente ci renderemmo conto che all’inizio di quella storia c’è una situazione di opportunità ‘dispari’ che la condizioneranno per tutta la sua durata e ci balzerebbe agli occhi che non c’è davvero nessun merito nell’essere nato qui o lì, in quella famiglia o in quell’altra, con certe caratteristiche o con altre.

E quindi, per parlare davvero di merito dovremmo poterci assicurare una verifica attendibile che all’inizio e in ogni capitolo di quella storia le opportunità offerte siano state davvero ‘pari’. Sarebbe forse opportuno, talvolta, trovare criteri meno semplicistici e dotarci di ‘strumenti’ di valutazione più sofisticati?

Presupposti di tali strumenti sono, a mio parere, ancora una volta le capacità di pensiero critico, di ascolto e di provare empatia.
 
Pensiero critico e ascolto ci aiutano a riconoscere e apprezzare il valore delle diversità. L’empatia ad essere – e a creare dei contesti – realmente inclusivi.
Non è possibile, infatti, dare effettivamente pari opportunità se non ci si mette nella prospettiva, attiva e concreta, dell’inclusione che, pensiamoci bene, è cosa diversa da ‘integrazione’.
Includere vuol dire creare un ambiente capace di offrire pari opportunità a tutti così da consentire a ciascuna persona di realizzare pienamente il proprio potenziale e di essere se stessa e, per questo ‘diversa’ da noi e da tutte le altre.
 
E di che cosa è fatta la diversità? In che cosa siamo diversi? In cosa siamo simili? Possiamo tracciare dei confini fissi? Noi di qua, loro di là? Guardiamo insieme questo video
 
Interessante no? Anche emozionante, forse. Ma soprattutto molto efficace per aiutarci a comprendere che siamo tutti meravigliosamente diversi. E non solo o soprattutto nelle cose visibili, quanto piuttosto in quelle invisibili. E che tutte le caratteristiche che ci rendono diversi possono essere permanenti o temporanee, macroscopiche o microscopiche, percepibili o meno, eccetera, eccetera. 
 
Non voglio tirare delle conclusioni, voglio solo indurre una riflessione personale, diversa – un po’ o tanto – per ciascuna delle persone che siamo, consapevoli però, alla fine, che apparteniamo tutti alla specie umana.
 
Di grande ispirazione può essere quello che scrive Edith Stein, filosofa tedesca del secolo scorso, a proposito dell’empatia.
Servendosi della ricchezza della lingua tedesca, Stein precisa che questa non è co-sentire (mit-fühlen), né una forma di immedesimazione completa e incondizionata nel vissuto dell’altro, non è simbiosi (eins-fühlen), ma è einfühlen, un atto complesso con cui si coglie l’altro nel suo modo unico e del tutto proprio, irripetibile, di essere. 
 
Edit Stein descrive l’atto di empatia come un «rendersi conto», un riscontrare la situazione di ciò e di chi si pone di fronte, uno stare a occhi aperti, vigilanti, pronti a farsi ‘toccare’.
 
«Nell’empatia colgo l’altro non solo come corpo, ma come corpo vivente, come essere vivente: oltre al corpo, colgo il soggetto che vi abita, colgo l’altro come persona spirituale e scopro che i suoi gesti, le sue parole sono motivati dalla sua struttura personale. E’ lo spirito dell’altro che parla al mio spirito. Lo sforzo di penetrare nel suo mondo di valori mi porta ad approfondire la conoscenza del mio Io, a confrontare il mio mondo di valori con il suo, a volte fa risvegliare quanto in noi sta dormendo e scoprire quello che siamo e quello che non siamo».
(Edith Stein, Il problema dell’empatia)

 

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