#SDGspertutti: 5 - Raggiungere l'uguaglianza di genere

Ancora una tappa nella nostra personale esplorazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell'Agenda 2030 dell'Onu.

Qualche sera fa si è tenuta a Roma la prima riunione delle B Women,un movimento internazionale di donne, prevalentemente imprenditrici o professioniste, nato in seno al più ampio movimento delle B Corp (https://bcorporation.eu/) per fare rete e impegnarsi concretamente sui temi della crisi ambientale e dell’uguaglianza di genere.

Nel corso della serata abbiamo tutte partecipato a un World Café con l’obiettivo di condividere impegni, che sentivamo di prendere nell’ambito personale e in quello professionale, per contrastare la crisi ambientale e promuovere l’uguaglianza di genere.

Eravamo circa cinquanta donne, la maggior parte giovani. L’impegno più ‘gettonato’ a sostegno dell’uguaglianza di genere è stato quello di essere più consapevoli degli stereotipi e pregiudizi che, spesso inconsapevolmente, noi stesse passiamo ai nostri figli nella più semplice e routinaria quotidianità.

Oggi, nell’affrontare l’Obiettivo 5 come di consueto, qui, per quello che possono significare nella vita anche privata di ciascuno di noi, mi è tornata in mente quella serata e ho pensato di affrontare il tema della parità di genere proprio esplorando cosa accade tutti i giorni, nelle nostre case, nelle nostre famiglie e con i nostri figli e le nostre figlie, anche attraverso una lente a me molto cara, quella del linguaggio.

Certamente la scuola rappresenta il luogo primario in cui si forma l’identità di genere e la personalità dei ragazz*, a cominciare dai più piccol*. Le pari opportunità di genere, la valorizzazione delle differenze devono essere temi trasversali e fondativi di un’istituzione scolastica, per favorire la crescita di cittadine e cittadini consapevoli e attivi in tutti i contesti di vita, nella società, nella famiglia e nel lavoro. Educare le nuove generazioni al rispetto e alla valorizzazione delle differenze e della parità di genere, in termini di linguaggio, espressioni, atteggiamenti è diventata un’emergenza sociale anche per contrastare gli episodi sempre più frequenti di violenza contro le donne.

La parità di genere costituisce un valore fondamentale dell’U.E. e rappresenta un elemento strategico per il conseguimento dei suoi obiettivi generali, contribuendo al benessere generale, a un’Europa più inclusiva e più equa sia per le donne che per gli uomini.

Ma la scuola certamente non basta. Il luogo primario dell’educazione, quello in cui si ‘imposta’ la persona che le nostre figlie e i nostri figli diventeranno, è la famiglia. In essa, però proprio perché è il luogo della massima informalità, talvolta esempi che diamo e parole che usiamo ci scappano di mano.

Il progetto globale “Dream Gap Project” lanciato dalla Mattel – Barbie, per intenderci – mira ad accrescere la consapevolezza e l’attenzione sui fattori che impediscono alle bambine di esprimere tutte le loro potenzialità. Molte ricerche hanno rilevato, infatti, che, a partire dai 5 anni, anche negli ambienti considerati più evoluti, le bambine sono meno propense rispetto ai maschi, a considerarsi brillanti e di successo e iniziano a perdere fiducia nelle proprie capacità a causa di stereotipi culturali, pregiudizi e rappresentazioni, a cui sono esposte attraverso i media, che rafforzano ulteriormente questa problematica.

Stereotipi sessisti sono presenti inoltre nelle fiabe, nella pubblicità, nei libri di testo, nel linguaggio stesso, dove il maschile è sempre prevalente sia nel lessico che nella grammatica.

Per questo è importante che, in famiglia, non solo non rafforziamo tali stereotipi ma, anzi, contribuiamo  alla loro decostruzione e alla promozione di relazioni tra i generi improntate al dialogo, al rispetto delle diversità e alle pari opportunità, a cominciare dai più piccol*, dando loro un’educazione sentimentale di genere.

L’esempio, ormai lo sappiamo, è il primo messaggio educativo che offriamo a bambini e bambine: al di là delle parole e delle spiegazioni che possiamo fornire loro, ciò che profondamente conta e che ha un impatto significativo, sono i nostri comportamenti quotidiani, abituali, caratteristici, distintivi. In altre parole il nostro specifico modo non solo di essere uomo e donna ma anche uomo e donna in relazione tra loro. Nella quotidianità delle nostre case e nell’automatismo dei nostri comportamenti, che i nostri figli imparano cosa ‘spetta’ a una donna e a un uomo, in famiglia e poi nella società.

E’ una questione di mentalità e di cultura, per questo il primo passo è l’esercizio della riflessione e della consapevolezza che si spinge e si deve spingere fino al nostro parlare. Per questo  ti invito  a svolgere una piccola ‘pratica filosofica’ rispondendo sinceramente a queste domande:

  • Nella tua  famiglia, come sono suddivise le attività e i compiti nella coppia? Cosa spetta alla donna? Cosa all’uomo? E’ una suddivisione in linea con gli stereotipi prevalenti o su qualche area è alternativa a questi? Quali cambiamenti potete sperimentare?
  • Come si manifestano il lato 'femminile' e il lato 'maschile' nella tua famiglia?
  • Rispetto ai figli, che tipo di coinvolgimento chiedi nelle attività domestiche? E’ identico in quantità e tipologia di attività per maschi e femmine?
  • Identifica ora un’attività che tradizionalmente è considerata femminile e prova a svolgerla o a richiederla a tuo figlio: cosa succede? Come lo vedi? Adesso fai lo stesso con un’attività tipicamente maschile da proporre a tua figlia.
  • Se tuo figlio è disordinato o non sa cucinare cosa gli dici? Come ti comporti? E se lo è tua figlia? Prova a identificare frasi e indicazioni che non siano influenzate da stereotipi di genere.
  • Se in famiglia l’uomo scegliesse di lavorare part time o di rinunciare al lavoro per accudire i vostri figli cosa penseresti di te e cosa pensereste l’una dell’altro?
  • Se la donna guadagnasse più dell’uomo e contribuisse in modo maggiore al mantenimento della famiglia cosa penseresti  di te e cosa pensereste l’una dell’altro?

Qualche sorpresa?

Ora proviamo a riflettere anche sul linguaggio che usiamo in famiglia e nelle situazioni più informali, quando siamo meno controllat*.

Attraverso il linguaggio si racconta e si definisce la realtà, si plasmano e si rafforzano i rapporti sociali e la propria identità.

Attraverso il linguaggio compiamo vere e proprie azioni, ci mettiamo in relazione con il mondo, gli altri, noi stessi/e.  Attraverso il linguaggio impariamo a conoscere, categorizzare, interpretare, giudicare ciò che ci circonda, a esprimere ciò che pensiamo e viviamo attraverso il linguaggio costruiamo e definiamo la nostra e altrui identità.

Noi pensiamo attraverso il linguaggio: vediamo il mondo attraverso le categorie formalizzate nella lingua, per questo agire sulla lingua significa cambiare la nostra visione del mondo, il nostro modo di vivere e giudicare.

Le parole hanno una carica semantica che induce a formulare associazioni di idee, inferenze, giudizi. Le parole veicolano, suggeriscono, evocano messaggi impliciti. Spesso, in modo inconsapevole, assumiamo comportamenti linguistici discriminanti e anche molte nostre abitudini linguistiche sono scorrette.

Proviamo a fare un gioco: se diciamo direttore? Può essere d’orchestra o di una testata giornalistica. Direttrice? Ci vengono subito in mente una scuola, un negozio. Un maestro è facilmente un artista di rilievo, e una maestra? Quella della scuola  elementare. Un cortigiano è un dignitario di corte mentre una cortigiana, ci insegna la letteratura, è un’amante. Definire un uomo ‘di strada’ non ha lo stesso effetto che definire una donna ‘di strada’….. Se ci pensiamo, quanti casi ci vengono in mente? Scegliere una parola al posto di un’altra fa la differenza.

Come possiamo, allora, comunicare in modo corretto?

Sviluppando una maggiore consapevolezza degli impatti delle nostre scelte linguistiche e adottando una comunicazione che non stereotipizza, non etichetta, non denigra, non cancella o omette, che riconosce e rispetta la dignità di ogni persona, a prescindere dal proprio status personale, sociale, economico e giuridico.

Facciamo un altro esempio attuale di come il linguaggio costruisce visioni, lo prendiamo proprio nel contesto familiare attuale.

Anche oggi, che i papà si prendono molto più cura dei figli, è ancora talmente forte lo stereotipo per cui a occuparsi della famiglia è la donna, che quando a farlo è un uomo non pare sufficiente la definizione di papà (o padre), si sente la necessità di inventare parole nuove come ‘mammo’ o di affiancare alla parola papà espressioni come ‘babysitter’. “Stasera esco, tocca al papà fare il baby sitter!”  Senza rendercene conto, mettiamo così in atto un duplice sessimo: nei confronti della donna perché è collegata ‘naturalmente’ al lavoro di cura, di lei nessun* direbbe  che fa la baby sitter, è la mamma! Ma è discriminatorio anche nei confronti dell’uomo al quale  – come padre – non è riconosciuta la competenza necessaria.  I papà responsabili non sono baby sitter, sono semplicemente papà!

Ma perché è così difficile, anche per chi è consapevole delle dinamiche sopra descritte, uscire da questi ruoli e copioni?

La forza degli stereotipi è legata alla loro pervasività nella cultura e nei modelli che ci circondano e ci sono tramandati, costantemente e quotidianamente.  Ruoli chiari, definiti, ben radicati nella tradizione, senza ambiguità, non dimentichiamolo, ci rassicurano, ci indicano la strada, ci conferiscono ‘potere’, in casa per la donna e fuori casa per l’uomo. Cosa succederebbe se tutto questo venisse messo in discussione?

La strada per il cambiamento è fatta di consapevolezza, ricerca di modelli alternativi e flessibili, da sperimentare nelle nostre famiglie ma da veicolare e comunicare all’intera società. Non da soli ovviamente.

C’è spazio oggi per l’idea che ci possa essere per l’uomo, un modo maschile di essere accudente, vicino, dedito alla cura o, per la donna, un modo femminile di gestire il potere e la realizzazione professionale.

La sfida è mettere in campo, in coppia e in famiglia, per gli uomini e per le donne, sia il nostro lato 'femminile' che il nostro lato 'maschile', dando così la possibilità ai nostri figli di vedere come questi aspetti si possano integrare in un’unica persona, non delegandoli ad un solo membro della coppia.

Siamo plurimi, molteplici e anche contraddittori: non nascondiamolo a chi vive con noi ma anzi esplicitiamolo, riflettiamoci insieme, facciamo alleanze, in famiglia, per aiutarci reciprocamente a vedere quello che, nell’abitudine non vediamo. Sfidiamoci l’un l’altro al superamento dei luoghi comuni e degli stereotipi, impariamo a sorriderne, non per minimizzare le nostre responsabilità ma per rendere più lieve il peso dell’errore e lo sforzo di essere una famiglia sempre più inclusiva, rispettosa ed equa.