#SDGspertutti: 11 - Città e comunità sostenibili

Questa tappa nella nostra personale esplorazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell Agenda 2030 dell'Onu, cade in un momento in cui tutte le nostre certezze sono scosse e forse, appare, in maniera concreta nell'esperienza di tutti, in qualsiasi Paese, nelle città come nelle campagne e a tutti i livelli sociali, quello che il nostro nostro modello di svulippo economico capitalistico basato sul consumo e sulla crescita infinita e lineare costituisca una pericolosissima illusione. Improvvisamente tutti tocchiamo con mando l'interconnessione di tutti i sistemi e di tutti i viventi e il reale pericolo di estinzione della specie umana se non operiamo una profonda conversione. Questa intesa in senso fisico - dobbiamo invertire la rotta - ma anche in senso spirituale, dobbiamo necessariamente ritrovare quel Senso del Sacro che prescinde da qualsiasi particolare declinazione religiosa, che ci riconnetta con il Tutto, con la Natura, che ci porti a sentirci 'dentro' la Natura, non dominatori della Natura perchè questo, e la pandemia ce lo sta dimostrando in maniera inequivocabile, ci sta portando e ci porterà, lentamente o velocemente, su una via senza uscita.

Non voglio, però, qui fare una dissertazione filosofica sulle cause e gli effetti del COVID19 ma, nello spirito che anima, sin dall'inizio, #SDGspertutti, dare degli spunti di riflessione di natura pratica e degli strumenti per agire, nella nostra quotidianità, sin da ora, per contribuire a reggiungere il Goal dell'Agenda 2030 dell'ONU che stiamo esaminando.

Questa volta voglio raccontare una storia personale.

Come forse qualcuno ha già letto o ascoltato da qualche parte, nel 2011 decisi di lasciare la mia carriera manageriale in una grandissima azienda nazionale perché  - intuendo che il mondo delle grandi imprese, delle multinazionali, e delle grandi organizzazioni fortemente strutturato in maniera gerarchica fosse in un lento, inconsapevole e inarrestabile declino in quanto sistemi 'insostenibili' da tutti i punti di vista, ambientale, sociele ed economico - desideravo cominciare a contribuire alla costruzione di un mondo diverso, più sostenibile, appunto.

Per cominciare a perseguire, in maniera consapevole e competente, presi un periodo sabbatico per andare a studiare quello che mi interessava e, in quel momento, la cosa che mi interessava di più era il il pensiero sistemico, l’approccio sistemico, una visione eco-logica, nel senso più largo del termine. Decisi, quindi di frequentare il corso lungo di "Ecoliteracy" (letteralmente 'alfabetizzazione ecologica') offerto, in quegli anni, da una delle più autorevoli (forse la più antica e autorevole) Scuole di allora e di adesso, nel mondo, relativamente a questi temi, lo Schumacher College, nel South Devon in Gran Bretagna.

All'epoca l'interesse per la sostenibilità, l'economia circolare. la resilienza, l'approccio sistemico, la mindfulness, e chi più ne ha più ne metta, costituiva veramente una nicchia, una piccola nicchia nel mondo. L'agenda 2030 è del 2015 e solo negli ultimi due anni, la sostenibilità, soprattutto legata al cambiamento climatico, si è affacciata come tema di interesse di più persone, sebbene queste costituiscano ancora una èlite socioculturale.

Quella allo Schumacher College è stata una delle esperienze più trasformative che abbia mai vissuto perché mi ha realmente cambiato dentro e fuori e mi ha consentito, oltre che di conoscere e legarmi di profonda amicizia con altri matti visionari sparsi per il mondo - di allargare moltissimo la mia visione, nonché proiettarmi in uno scenario internazionale e planetario che è ancora una delle cifre della mia vita personale e non.

Da quella esperienza sono nate tutte le scelte, di vita e professionali, che ho fatto dopo, compresa quella di avviare la mia società - Bottega Filosofica - e tutto ciò che ne è seguito.

Tra le tantissime cose che ho appreso e di cui ho fatto esperienza, che non posso raccontare qui, sono venuta in contatto con il, nascente allora, movimento delle Transition Town, le città in transizione da un'economia capitalistica e una vita sociale fondata sull'uso dei combustibili fossili all'era post-petrolio di cui si era già superato il picco didisponibilità.

Il movimento era appena nato a Totnes in Inghilterra, la cittadina nelle vicinanze della quale appunto era lo Schumacher College. Il suo fondatore, Rob Hopkins, passò una giornata con noi a raccontarci appassionatamente la sua visione ma poi entrammo in contatto con la comunità locale, con ciò che i cittadini stavano costruendo - cibo a km 0, efficienza energetica, recupero dell'acqua, economia circolare, riciclo, riuso, moneta locale, per citare solo alcune cose - per rendere la città più resiliente ed eco-logica a partire da iniziative molto concrete che coinvolgevano tutti e anche il governo locale.

Ciò che mi entusiasmò di più di quella storia e del movimento delle Transition Town fu che non si tratta di una 'teoria' sociale né di una 'scuola' di cambiamento a cui aderire ma, piuttosto di un network internazionale, ormai planetario, di cambiamento dal basso in cui il network, la connessione tra tutti i diversi luoghi in cui si fanno pratiche di di transizione, serve non per dettare protocolli di comportamento ma, piuttosto, per scambiare le esperienze, anche minime, delle iniziative che gruppi di cittadini o intere comunità hanno adottato per rendere la società più resiliente.

Il sito transitionnetwork.org , costituisce, quindi, un grande repository di esperienze di tutte le dimensioni, di tutti i generi, da quelle compiute nel piccolo villaggio inglese come in quello sudamericano, da quelle in quartiere o una strada di Londra a quelle della città di Minneapolis o di un grande città australiana. Tutte storie, informazioni, esperienze e strumenti dalle quali farsi ispirare, da cui prendere spunto per agire, per avviare una qualunque iniziativa finalizzata a rendere le nostre comunità, le nostre città più resilienti.

Tornata dall’Inghilterra, naturalmente, una delle prime cose che ho fatto è stata cercare di portare questo movimento, che mi aveva tanto entusiasmato, nel mio quartiere, l'Appio Latino di di Roma.

Con la 'complicità' di alcuni amici e l'ospitalità del Circolo PD "Alberone" -  nella primavera del 2012 (esattamente il 23 marzo - che strana coincidenza) avviammo la prima vera iniziativa di Transition Town a Roma, una delle prime in Italia, sicuramente la prima in una grande città.

Quell'iniziativa ha avuto più di due anni molto vitali e poi, piano piano, come spesso accade nelle nostre grandi città, ha esaurito la sua energia trasformativa. Una caratteristica delle iniziative di Transition Town è quella di fondarsi sulla visione dell’ecologia profonda e di chiamare a un cambiamento di carattere sistemico che avviene a tre livelli: quello personale, quello del gruppo e quello, diciamo, del governo locale.

La nostra iniziativa di allora fece moltissimo sul piano del cambiamento personale delle persone che parteciparono, fece abbastanza a livello di gruppo e di comunità di quartiere - condividemmo tante iniziative: feste del baratto, cineforum, pulizie del Parco, condivisione di una rete di fornitori a km 0, gruppi d'acquisto, fare il pane, fare la spesa un maniera critica, approfondimenti tematici e divulgazione - ma quando si trattò, infine, di impattare il livello del governo locale, purtroppo ci trovammo 'impantanati'.

Il governo locale, infatti, non era assolutamente pronto in questa direzione e, piano piano, tutti lentamente perdemmo l'entusiasmo che era nutrito, soprattutto dal desiderio di avere un impatto positivo sulla qualità della vita e delle relazioni nel nostro quartiere.

Di questa storia rimangono luoghi e testimonianze - una pagina Facebook e un Blog  - e c’è, soprattutto, il grande patrimonio  costituito dal sito internazionale da cui sicuramente ognun* di noi può prendere e può trovare spunti per piccole iniziative di resilienza che mai come in questo momento sono necessarie.

Sono passati otto anni dalla primavera del del 2012 a questa primavera così sconcertante del 2020, ma forse oggi i tempi sono maturi per riprendere quell'azione, non so se all'Appio Latino, per trarne spunto per avviare decisamente, in maniera concreta, comunità e città più resilienti a partire dall'impegno e dall'entusiasmo di chi le abita.