di: Myriam Ines Giangiacomo
#SDGspertutti: 1 - Sconfiggere la povertà nel mondo

Affrontiamo questa ulteriore tappa del nostro viaggio di 'personalizzazione' degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell Agenda 2030 dell'Onu, osservando dei fenomeni comuni del nostro quotidiano dagli impatti molto sottovalutati.

In altri momenti sarebbe stato difficile affrontare l’Obiettivo 1 dicendo qualcosa di interessante, proponendo azioni fattibili, praticabili e di impatto, al di là  delle iniziative e delle esortazioni semplicistiche.

La pandemia da Coronavirus, invece, mi dà l’occasione per proporre di riflettere su alcuni aspetti che hanno molto a che fare con l’aumento o la mancata riduzione della povertà e la nostra comune vita quotidiana.

L’emergenza sanitaria e il conseguente, inevitabile, lock down hanno messo a nudo, infatti e in maniera clamorosa, alcuni fenomeni che hanno molto a che fare con la povertà.  Abbiamo visto emergere, per esempio il caso, veramente significativo, delle colf e e delle badanti, spesso straniere  - e quindi con ancora meno tutele - che lavorano in nero in Italia.

In molti casi, queste persone si sono improvvisamente trovate chiuse dentro, prigioniere delle case in cui svolgono il loro ruolo di badanti, spesso sole e con responsabilità, rischi enormi e inattesi e nessuna protezione previdenziale in caso di malattia.

In altri casi, invece, sono state chiuse fuori, escluse, dalle case in cui svolgevano il loro ruolo di supporto alla famiglia, anch’esse senza nessun tipo di protezione previdenziale. Lavorando in nero, infatti, queste lavoratrici non ‘esistono’, pertanto non vengono versati contributi e non vengono pagate imposte. Molte di loro, come anche numerose colleghe assunte legalmente, si sono trovate nella condizione di non poter lavorare durante il lock down e quindi e quindi soggette a un licenziamentoin tronco, cosa che è malaugatamente avvenuta per molte di loro.

Ma, pur nel grande disagio di trovarsi senza lavoro, la condizione della lavoratrice in nero è risultata molto peggiore: nessun lavoro, forse neanche un tetto sulla testa e nessuna possibilità di ricevere sussidi e aiuti di qualche tipo, dallo Stato o da Enti e Istituzioni Locali, semplicemente perché ‘invisibili’. Provate a sentirvi voi invisibili, sono sicura che, come a me, vi corre un brivido freddo lungo la schiena.

Ora quello del lavoro nero nel nostro Paese è, come sappiamo, un problema enorme e non voglio certo qui farne una disamina scientifica ma è anche un problema ci riguarda tutti.  

Quando chiediamo o acconsentiamo a che l’idraulico che abbiamo chiamato non emetta fattura, a che il muratore o l’imbianchino che ci aiuta a rinnovare la nostra casa non sia in regola, o appunto a che la colf o la badante dei nostri anziani chieda o accetti di essere ‘assunta’ (di quale assunzione parliamo in questo caso, visto che non c’è contratto?) in maniera irregolare, pensiamo di star contribuendo ad innalzare il livello di povertà nel nostro Paese e nel mondo?

Temo di no. Anzi, molto spesso, pensiamo che il pagamento dei contributi previdenziali sia un inutile prelievo, un arbitrario e ingiusto ‘di più’ che, invece ,‘impoverisce’ sia noi datori di lavoro o clienti, sia il lavoratore.

 A volte convincere l’aspirante lavoratore o lavoratrice ad accettare il pagamento dei contributi previdenziali o la richiesta di fattura, è una vera lotta contro il loro desiderio - sentito e proposto come legittimo bisogno - di avere qualche soldo in più e spesso, diciamolo, anche noi pensiamo che in fondo, sia vantaggioso per entrambi.

Il più delle volte, anche solo per superficialità – raramente per ignoranza -  ci pieghiamo a questi comportamenti, non rendendoci conto né dei rischi a cui esponiamo noi stessi e gli altri, né di quanto poi questo, a catena, impatti complessivamente sull’aumento o sulla non diminuzione della povertà. E questo non in paesi lontani, ma sotto casa nostra.

Il discorso fatto finora vale anche per tutte le altre forme di evasione fiscale e contributiva sul lavoro andando a creare e rinforzare un sistema in sistema malato in cui alla fine perdiamo tutti, ma soprattutto i più deboli, socialmente ed economicamente.

Se, quindi, quando accettiamo una prestazione in nero ci culliamo nell’autogiustificazione che comunque stiamo dando da lavorare a qualcuno e che in ogni caso stiamo sostenendo un posto di lavoro,  la realtà di questi giorni ci sta sbattendo duramente in faccia che, così facendo, complessivamente abbiamo contribuito a impoverire progressivamente il Paese e a renderlo, in molti ambiti sociali, particolarmente vulnerabile e fragile e poco, o per nulla, resiliente.

Non si tratta a questo punto, solo di fare donazioni sulle 1000 raccolte fondi che sono partite, anche giustamente, e che vanno giustamente sostenute ma di prendere piena coscienza che nostri comportamenti  che potremmo definire borderline con la legge e che riteniamo innocui, a livello sistemico, invece, producono danni enormi.

È necessario cogliere quest’occasione sia per non continuare, in maniera anche inconsapevolmente irresponsabile, ad agire comportamenti di questo tipo, sia per cominciare a richiedere a gran voce e sostenere ogni cambiamento possibile in questa in questa direzione.

Ci dovrà andare, diciamo, necessariamente bene - pena grandi rischi a livello sociale - la corresponsione di un reddito di emergenza - o comunque di un sussidio - a chi si ritrova senza un lavoro in nero, e quindi senza un lavoro, ma dobbiamo contribuire, in tutte le sedi alle quali abbiamo accesso, a disegnare un sistema più giusto e più equo. Questo potrà significare anche un sistema meno povero e meno pesantemente a rischio di povertà.
 

Un ulteriore punto di attenzione in relazione all’obiettivo di ridurre la povertà: forse non tutti ci siamo resi conto di quanto, quando in maniera precipitosa ma necessaria, le lezioni scolastiche sono state portate dalle aule in presenza alle aule on line, questo abbia colpito in una maniera molto significativa proprio i bambini appartenenti alle famiglie più povere che generalmente non hanno i mezzi e le possibilità per poter seguire le lezioni a distanza. Non hanno PC e non hanno buone connessioni internet, giacché facilmente vivono in zone degradate o abitazioni mal messe nelle quali è davvero improbabile avere accesso a internet veloce o a una connessione stabile.

La possibilità di studiare a distanza, che purtroppo questa emergenza ha fatto diventare l’unica possibile in questo momento, hanno aumentato molto il rischio della dispersione scolastica riducendo anche, drammaticamente, le possibilità di emancipazione, non solo culturale ma anche sociale, di questi bambini.

Nel pensare come ripartire e cosa fare in via prioritaria bisognerà tenere conto anche di questo. Anche nel nostro piccolo, quindi, se siamo insegnanti, se abbiamo bambini a scuola, se in qualche modo ci interfacciamo con il mondo della scuola, dobbiamo impegnarci a sensibilizzare sul fatto che la didattica distanza crea grande disparità e farci carico - per quanto possibile e suppure molto limitatamente - della soluzione di questa ulteriore emergenza reale, contribuendo a immaginare anche possibili iniziative complementari per colmare, anche provvisoriamente, i gap esistenti, nelle more di soluzioni organiche e complessive.

Piuttosto che arrenderci all’impotenza che talvolta sentiamo, come singoli, di contribuire alla riduzione della povertà nel mondo, possiamo agire in maniera efficace sotto casa nostra e anche i mondi più lontani se ne gioveranno.

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