di: Simona Gasparetti
Destini congiunti e strani arnesi

P.  Bene bene, contento di vedervi. Strano. Non sono abituato a queste navigazioni… mica male, però! Mi dovete aiutare un po’, sono poco esperto… Anche voi mi siete mancati.

C.  Finalmente! Pure lui è poco competente, in qualcosa!

 

D.  Ma gli manchiamo solo perché la dobbiamo aiutare, prof.?

A.  Glila… ma che lingua è? Dico-bene, prof.?

P.   Beh, proviamo a correggerlaquesta frase. La prima metà, da sola, va bene, la seconda pure… É insieme che non vanno d’accordo… Ci riprovi D.?

 

Parlottio incomprensibile,voci sovrapposte.

 

D.  Sì, sì ho capito, ho capito. Se parlo con lei,va bene dire: le manchiamoperchéla dobbiamo aiutare. Se parlo co’ ‘sti… qui, riferito a lei: gli manchiamoperché lo dobbiamo aiutare. Ok?

P.  Ma siete più bravi a distanza…! Ottimo! La piattaforma vi ispira…

 

Parlottio e risate

 

P.   Allora mi dite come state?

A.  Tempo di spaesamento, siamo sospesi…prof.

B.  Ha parlato la filosofa!

A.  Io ho scritto qualcosa, come ci aveva chiesto, una frase.

D.  Lei fa semprei compiti… sempre.

C.  La frase ce l’ho anch’io.

P.  Gli altri hanno scritto?

D.  Io sì.

E.  Anch’io.

F.  Io non avevo capito che dovevamo fare… dopo che ognuno aveva scritto la frase…

P.  Dovevate comporre un testo collettivo. Era lo stesso esercizio di scrittura che avevamo fatto l’anno scorso, vi ricordate? Uno dopo l’altro, a catena.

 

Mugugni

 

P.  Vi avevo anche scritto una mail per ricordarvi quello che dovevate fare. L’avete letta?

 

Idem

 

P.  Ho capito. Comunque non ha senso adesso leggere le frasi separate, non leggiamo niente. Leggeremo il testo quando lo avrete fatto come si deve.

 

Idem

 

P.  Siete un po’ imbroglioncelli. Adesso rileggiamo insieme il mio messaggio, così se avete dubbi, ne parliamo, poi lavorate sul testo e dopodomani lo portate finito. Bene?

 

Idem

 

P.   Allora… chi legge?

A.  Io prof., almeno ho una buona dizione… e poi mi pare che sono l’unica ad avere il testo.

C.  Ma che dici? Il messaggio ce l’ho anch’io… ce l’abbiamo tutti, nella mail.

D.  Io l’ho scaricato perché lo volevo rileggere.

P.  Si potrebbe proiettare…? Insomma fare in modo che tutti lo possano vedere? Ci sarà un modo… aiuto!

D. Daje prof., lo faccio io, anzi glielo insegno… è facile… ce la può fare…

 

Risate, poi spiegazione e apprendimento…

 

P.  Fantastico! È proprio facile! Allora, facciamo così. Ognuno legge un pezzetto e si ferma dove non capisce o nel punto in cui qualcuno chiede spiegazioni. Leggete nell’ordine che avevamo deciso per la scrittura.

 

Borbottio, segue lettura collettiva del messaggio:

 

Miei cari,

per fugare ogni dubbio (...) sull'esercizio di scrittura che vi attende, vi ricordo le regole:

1. tema della scrittura collettiva: Al tempo del morbo ignoto.

2. chi inizia la catena spedisce il proprio testo solo al secondo della lista, il secondo, dopo aver aggiunto la propria parte, solo al terzo e così via (vedi elenco). Quando tutti hanno scritto si condivide e si riflette sul testo compiuto, assumendosene la responsabilità.

3. ciascuno scrive non meno di 3 righe e non più di 6.

4. ciascuno trattiene il testo il minor tempo possibile, massimo 2 ore.

5. sono ammessi tutti i generi letterari.

6. scegliete un’immagine significativa come copertina.

Considerazioni sulla scrittura collettiva:

- è unesercizio etico.

- è un creare polifonico e multifocale di un'intelligenza collettiva, di un comprendere condiviso.

- le singole individualità confluiscono in un'opera cooperativa. 

- è necessaria un'assunzione di responsabilità di ciascuno per sé e per tutti gli altri.

- non è un esercizio di stile.

- occorre preoccuparsi della congruenza del proprio brano con ciò che precede, lasciando vie aperte per chi prosegue. Pensate a un flusso.

- ognuno si prende cura dell'opera, nel proprio frammento,consegnandola alla prosecuzione, come un dono.

- l’opera ha un cuore e promuove la relazione.

- vi suggerisco un esercizio semplice e sentito e vi auguro una buona navigazione

vostro Prof.

 

 Mugugni, borbottii.

 

C.  Vabbè, però ci deve essere un’analisi politica, sociale… sennò io non partecipo…

P.   Il tuo brano deve essere connesso con il resto, è questo che conta?

C.  Ma anche il resto con me…

P.  Soprattutto, non bisogna avere paura di dover sacrificare qualcosa di sé a favore del lavoro comune. Se tutti rispettano le regole, ci sarete tutti, integralmente, nel testo. E ognuno si riconoscerà nella scrittura
     collettiva. Datemi fiducia, no!

D.  Gli diamo fiducia… prof.!

A.  Come gli…?

D.  Oddio, ricomincia…

P.   Però, se ci rifletti…

D.  Ma io volevo fare due frasi: 1) gli diamo fiducia, ragazzi? 2): prof.!

B.  Ragazzi…? Ma come parli? E poi ti sei scordato il punto interrogativo…

F.  Secchetta la seconda frase… che è ‘na frase: prof.?

A.  E' chiaro che volevi dire: le diamo fiducia… prof.! E invece hai detto gli

 

Risate, parlottio

 

C.  Se la facessimo finita… co’ ‘sta ‘crusca’?

P.   Una cosa mi pare chiara: mi volete dare fiducia! Evviva!

E.  L’immagine la possiamo scegliere io e F., prof.?

F.  Ne abbiamo già parlato con gli altri. C’è una cosa bellissima che E. ha visto a Madrid, ha pure una foto… una cartolina di un museo.

E. Mi sembra perfetta per il nostro tema.

P.  Non dovete chiedere a me. La responsabilità del lavoro è di tutti voi, non mia.

 

Al tempo del morbo ignoto

José de Ribera (1591-1652)
Acrobates sur una corde, Madrid

 

In questi tempi di sospensione e di spaesamento siamo costretti a ‘mantenere le distanze’, a malincuore. Ed è come se dalle pieghe delle nostre solitudini venissero convocati alla luce timori e pensieri solitamente sopiti. Ci sentiamo spogliati delle certezze alle quali l'opulento occidente ci ha abituato: illusioni di stabilità, di controllo, di prevedibilità, perfino di immunità.

L’irruzione dell’ignoto, che scompagina le nostre prefigurazioni, e l’irruenza del caos, sulla linea più o meno retta che usualmente immaginiamo pensando al futuro, ci lascia poveri di fiducia. Ci scopriamo fragili, precari, indigenti.

Accadono prima o poi, nelle vite di tutti, esperienze simili di sconvolgimento, sia nella dimensione esteriore sia in quella interiore – penso alla perdita del lavoro, di una persona cara, a una malattia, a un handicap. Nella crisi attuale emerge tuttavia anche un elemento sociale,culturale, politico che va oltre la dimensione personale e porta alla coscienza squilibri profondi. Insomma l’ordine individuale e collettivo nel quale siamo vissuti finora, in questa parte privilegiata del mondo, sta subendo un’enorme perturbazione e la rottura dei paradigmi su cui poggiava la nostra stessa immagine del mondo. Somiglia a una vera esplosione, il conosciuto non è più sufficiente a comprendere il nuovo, a governarlo.

Qualcuno spera che tutto torni presto all’assetto precedente… tutto come prima!

Forse invece quello che stiamo vivendo ci costringe a una vera trasformazione, a una rivoluzione, a una riscrittura dell’ordine del mondo, a trovare nuovi paradigmi.

É auspicabile – e forse inevitabile – che questa crisi diventi un’occasione per riflettere eper apprendere, per trasformare la relazione con noi stessi, con gli altri, con la natura, con il cosmo:dis-apprendere il nostro 'codice ovvio', il ritmo che abbiamo costruito secondo un ordine coerente con le nostre pretese, per costruirne uno diverso, coerente con la realtà che muta.

Questo vale per la sfera personale, privata, ma anche per quella sociale, politica, comunitaria,è la nostra intera cultura che può trarre da questa terribile scossa l’impulso per un indirizzo nuovo,mettendo in campo energie di plasticità, flessibilità, creatività.

É possibile che questo avvenga se ci porremo ‘in ascolto’ di ciò che accade, se comprenderemo la portata di ciò che pare sopraffarci, che travolge piani, modelli, argini.

Dall’ascolto potrà nascere la ricerca: esplorare l’ostacolo e tramutare il vincolo in possibilità, trasformare in apprendimenti le deviazioni dal tracciato previsto, in modo generativo e 'con amore'. Questo potrebbe generare salute, potrebbe essere un autentico andare oltre la malattia.

Certo, amare la realtà quando questa perturba e scombina le nostre attese, i nostri progetti, può apparire profondamente ‘controintuitivo’. Eppure il primo insegnamento che questa crisi sembra offrirci è proprio che dobbiamo abbandonare definitivamente la presunzione di poter piegare la realtà a una forma programmata. Questa esperienza così estrema ci spinge a comprendere che non possiamo più intendere il progettare come certezza e il valutare come controllo, indipendentemente da una relazione viva e rispettosa – amorosa appunto – con la grande connessione di cui siamo parte, in una dimensione salutare ed ecologica.

Al di là delle molte, e sagge, parole che abbiamo sentito in queste settimane ciò che farà la differenza saranno, come è ovvio, i comportamenti e prima ancora il discernimento con cui sapremo guardare dentro e fuori di noi. Occorrono sguardi nuovi per cambiare le cose che guardiamo. E per conseguenza parole e gesti che le rendano nuove. Ma come? Difficile anche immaginarlo.Certo le istituzioni, i governi,le comunità scientifiche, le politiche economiche…

Ma come è cambiata la nostra vita quotidiana in questo breve tempo, che ci è parso interminabile? Come abbiamo riorganizzato le nostre relazione sociali e affettive? Come è mutato il nostro modo di pensare, di fronte a questioni che non ci eravamo mai posti in passato? E come ci appare adesso il nostro posto nel mondo? Stiamo forse scivolando dal centro verso una x sperduta nell’infinito universo? Non più sani, noi, in un universo malato, ma anche noi vulnerabili come tutti.

E quali percorsi di senso stiamo mettendo in movimento per trovarne uno plausibile?

Esercizi di presente potrebbero aiutarci, come un risveglio di sensibilità. Accorarci per gli orrori quotidiani che abbiamo celato ai nostri sensi. Farci accoglienti per ciò che ci accade e per ciò che accade. Farci nido e orto e condividere destini in fraternità, nella consapevolezza che ogni parola e ogni pensiero che non si traducano in un agire coerente sono una bestemmia contro il creato.

 

 

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