di: Myriam Ines Giangiacomo
#SDGspertutti: 3 - Salute e benessere

Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età". Questo è il contenuto dell'Obiettivo 3 dell’agenda 2030 dell’ONU. Breve e chiaro, sembrerebbe!

Ma proviamo ad andare un po' oltre la visione del benessere come salute, della salvaguardia e mantenimento della quale comunque - sia con riferimento a noi stessi, sia agli altri - ciascun* è responsabile per quanto è nelle sue possibilità.

Proviamo a porre attenzione a una parola della quale diamo facilmente un significato scontato. Porre attenzione alle parole significa porre attenzione al ‘senso’ e al significato, guardando da vicino, dentro, dietro e intorno alle parole che diciamo e che spesso non ‘pensiamo’ consapevolmente.

Liberiamo, quindi, almeno un po' il significato della parola ‘benessere’ dai  luoghi comuni per chiederci cosa voglia dire realmente – anche soggettivamente per ciascun* di noi - , quali implicazioni ha, da dove viene e cosa evoca, quanta ambivalenza contiene.

Il concetto di benessere nel corso del tempo ha subito numerose modifiche e ampliamenti, che hanno condotto a una visione del termine più ampia e completa, non più incentrata sull’idea della sola assenza di patologie, ma inteso come come uno stato complessivo di buona salute fisica, psichica e mentale. Questa visione è al centro di molte discipline e correnti di pensiero filosofico e di medicina tradizionale, occidentali e orientali, e ha trovato negli ultimi decenni significative conferme in campo medico-scientifico. In linea di massima il benessere viene oggi percepito dai più come una condizione di armonia interna ed esterna dell’essere umano risultato di uno stile di vita che stabilisce relazioni positive con se stessi e con l’ambiente naturale e sociale in cui si vive.

Anche nel rapporto della Commissione Salute dell'Osservatorio europeo su sistemi e politiche per la salute (a cui partecipa il distaccamento europeo dell'OMS) è stata proposta una definizione del benessere come "lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società". Come si legge nel Rapporto, tutti e cinque gli aspetti sono importanti, ma ancora più importante è che questi siano tra loro equilibrati proprio per consentire agli individui di raggiungere e migliorare costantemente il loro benessere.

Dal punto di vista della filosofia occidentale il concetto di ben-essere trova il suo fondamento filosofico in quello di eudaimonia. Aristotele fu il primo a introdurre questo termine e criticò duramente l’idea di felicità intesa come semplice soddisfacimento di bisogni e desideri, andando a contrapporre "la vita piacevole alla vita buona".

Aristotele, nella sua  trattazione, parte da una domanda fondamentale: "Qual è il più alto di tutti i beni ottenibili con l’azione umana?" e all’interno della sua opera più importante, intitolata Etica Nicomachea, elabora la sua risposta proponendo il termine ‘eudaimonia’ intesa come la tensione verso l’eccellenza sulla base esclusivamente del proprio potenziale.

La sua idea è che la vera felicità sia fondata sull’espressione delle proprie virtù e che il fine ultimo della vita sia quello di impegnarsi a realizzare la propria vera natura. Quindi la felicità implica un buon dialogo interiore e un buon rapporto con se stessi, ma anche un impegno a conoscere e riconoscere i propri talenti continuando a prendersi cura di sé e del proprio sviluppo per tutta la vita.

Ma come facciamo a conoscerci davvero? Solo nella relazione autentica con l’Altro.

Fonte, motore e condizione di possibilità della conoscenza del nostro sé autentico attraverso una reale, profonda e libera relazione con l’Altro, è il dare e ricevere riconoscimento, ‘vedere’ l’Altro per quello che è nella sua diversità e apprezzarlo in sé, non per quanto e come può essere utile a noi. E quando parliamo di ‘Altro’ non ci riferiamo solo agli altri essere umani ma all’altro da noi in senso lato, quindi anche la Natura e tutti i viventi.

Dare e ricevere: l’essenza della relazione è la reciprocità. Ma una reciprocità che potremmo definire ‘esistenziale’ dal momento che non si tratta di una reversibilità, di uno scambio, bensì della donazione spontanea, liberata da ogni calcolo.

In questa relazione sta il presupposto di ogni ben-essere e di ogni possibile felicità.

Scrive il filosofo francese Robert Misrahi “La gioia è indotta da un sentimento reciproco che implica dimensioni tanto ricche quanto nuove […] Il riconoscimento non è l’affermazione di una supremazia né la sottomissione di qualcuno ad altri. Il riconoscimento comporta due significati o due nuclei di senso che concorrono alla creazione della gioia in ognuna delle coscienze coinvolte”. (R. Misrahi, La felicità, saggio sulla gioia, Elliot editore)

Ma quante occasioni perdute di riconoscimento - e quindi di gioia, di felicità - troviamo nella nostra vita quotidiana, se la osserviamo attentamente!

Il non valorizzare risorse e capacità, il non apprezzare i doni della Natura e l’impegno degli umani e i suoi risultati, il calpestare i diritti fondamentali – la giustizia, la libertà, la salute, l’istruzione, la casa, il lavoro, …. - l’offendere e umiliare, il comportarsi con gli altri come se fossero invisibili, non rispettarli, non dare risposta alle loro domande, non farli partecipare a decisioni che li riguardano …

Facile sentirsi vittime scorrendo questa lista e trovare nei riconoscimenti mancati la causa della nostra infelicità.

Più difficile vedersi attori. Eppure spesso siamo molto distratti nei confronti degli altri umani, della Natura e degli altri viventi.

Posando davvero su di loro il nostro sguardo, dando loro riconoscimento, e posando davvero il nostro sguardo su di noi, dandoci riconoscimento, possiamo invece diventare 'agenti di ben-essere e di felicità'.

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