di: Myriam Ines Giangiacomo
#SDGspertutti: 6 - Acqua pulita e servizi igienico sanitari

"Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell'acqua e delle strutture igienico-sanitarie". Così è espresso l'Obiettivo 6 dell’Agenda 2030 dell’ONU

L’accesso all’acqua è stato riconosciuto a livello internazionale come un diritto umano universale, autonomo e specifico, presupposto per tutti gli altri diritti umani ma, nel 2030, 20 milioni di cittadini non avranno ancora accesso all’acqua potabile.

"La vita è interconnessa mediante l’acqua. – ha detto Vandana Shiva - L’acqua connette gli esseri umani e ogni parte del pianeta attraverso il suo ciclo. Noi tutti abbiamo il dovere di assicurare che le nostre azioni non provochino danni ad altre specie e ad altre persone."

Ogni forma di vita sulla Terra, quindi, dipende dall’acqua. E nell’acqua miliardi di anni fa comparvero le prime forme viventi.

Anche oggi le quasi 9 milioni di specie viventi presenti sul pianeta basano la loro esistenza sull’acqua. Essa è, pertanto, una risorsa non solo fondamentale ma anche preziosa.

La maggior parte dell’acqua dolce è consumata in agricoltura (oltre il 70%) ,il 23% è assorbito dagli usi industriali e il 7% dagli usi domestici (fonte Report FAO).

In Italia il solo prelievo di acqua potabile giornaliero è di 428 litri al giorno per abitante. Di questi il 47,9% viene disperso. Il consumo medio di acqua potabile pro capite al giorno è di 220 litri, comprensivi degli usi per cui non serve che l’acqua sia potabile (fonte ISTAT, report acqua 2019).

Da questi pochi numeri è facilmente comprensibile che l'acqua, nonostante sia una risorsa rinnovabile, rimane comunque limitata e vulnerabile.

Eppure la percezione prevalente nei cittadini, soprattutto tra i giovani, è che l’acqua sia una risorsa illimitata e un prodotto, come tanti altri, che si compra in bottiglia e al supermercato, anziché un diritto umano, cioè il diritto alla vita, che come tale deve essere garantito dallo Stato in termini di accesso a un minimo vitale per tutti i cittadini, in primis nelle abitazioni ma anche nei luoghi pubblici.

Inoltre l’acqua è, solo teoricamente, un bene rinnovabile, capace di autofiltrarsi e tornare disponibile semplicemente seguendo il suo ciclo.

L’acqua che esce pulita e limpida da un rubinetto, passando per le fogne e arrivando poi fino al mare, una volta evaporata, ripiovuta sulla terra e filtrata dalle rocce, dovrebbe essere nuovamente disponibile e quindi non definitivamente persa. Ma non è quello che accade.

Cos’è allora che altera questo processo? Analizzando con criterio il problema si capisce come il deficit nel bilancio idrico, che riduce progressivamente la rinnovabilità della risorsa acqua, sia determinato da una serie di concause, eccone alcune:

  • consumi elevati che svuotano le falde.
  • mancato riciclo delle acque depurate che, attraverso i canali, sono guidate verso il mare, mentre potrebbero essere riusate in loco per attività agricole o industriali.
  • costruzione di case e di strade che impediscono l’infiltrazione di acqua nel sottosuolo (la cosiddetta ‘impermeabilizzazione’ del suolo).
  • fognature di acque bianche che fanno scorrere l’acqua raccolta velocemente in mare, analogamente a quanto avviene per le acque depurate.
  • riduzione della copertura vegetale, capace di trattenere l’acqua come una spugna, favorendone l’assorbimento nel sottosuolo e nelle falde che alimentano sorgenti, paludi, fiumi e laghi.
  • consumi energetici alti che favoriscono i cambiamenti climatici e, con questi, l’aumento degli eventi estremi e la riduzione delle piogge leggere e persistenti che incrementano le falde.
  • progressiva erosione di boschi e campi e prosciugamento di paludi, fiumi e laghi a causa delle captazioni di acqua potabile.

La combinazione di tutti questi eventi altera il ciclo e fa sì che le piogge si riducano e diventino sempre più irregolari.

Quindi l’acqua sta diventando progressivamente sempre più preziosa e scarsa e, per questo, non va sprecata.

Accade però che, anche se spesso non ce ne rendiamo conto, sia molto facile consumare molta più acqua di quella che realmente ci serve e, purtroppo, sono tante le occasioni quotidiane in cui si può manifestare uno spreco: dall’igiene personale alle pulizie di casa fino all’irrigazione delle piante. Eppure, per ridurre gli sprechi bastano alcuni piccoli accorgimenti che tutti conosciamo anche se non li mettiamo in pratica.

Per trovare una motivazione in più ad agire positivamente, può essere interessante conoscere alcuni consumi assurdi e, per lo più, inconsapevoli. Ecco i più significativi:

  • trenta litri è l’acqua che sprechiamo se lasciamo il rubinetto aperto mentre ci laviamo i denti
  • venti litri vanno persi se si continua a far scorrere acqua mentre ci si rade
  • venti litri possono essere risparmiati ogni giorno con la sola installazione di scarichi a flusso differenziato per il wc
  • da quaranta a sessanta litri costituiscono il risparmio per ogni lavaggio di lavastoviglie e lavatrice a pieno carico
  • altri cento litri se si lava l’auto con un secchio anziché con il tubo dell’acqua corrente

E veniamo a un altro punto, forse di meno immediata osservazione.

Pensiamo ma a quanta acqua sia necessaria, ogni giorno, per poter garantire a una persona il cibo di cui ha bisogno?

È universalmente riconosciuto quanto l’acqua sia fondamentale per la vita, ma molto spesso passa in secondo piano in che modo questa risorsa sia cruciale anche per la sopravvivenza di qualsiasi essere vivente, piante e animali, compresi quelli che si inseriscono nella nostra catena alimentare.

Tutto ciò che mangiamo, quindi, ha un suo costo in termini di acqua. Tale costo viene chiamato “impronta idrica” degli alimenti, o Water Footprint, come è stata calcolata da un gruppo di ricercatori della University of Twente.

Questi l’hanno definita come l’insieme di tutta l’acqua dolce che è stata necessaria durante il ciclo di produzione di un determinato cibo. Non si tratta di una misurazione specifica, poiché l’acqua non viene utilizzata tutta nello stesso momento, ma di un calcolo virtuale che tiene in considerazione tutti i passaggi e i consumi standard della filiera che possono avere conseguenze sia a livello ambientale che sociale.

Il Water Footprint Network ha elaborato una metodologia specifica per valutare l’impronta idrica che somma tre componenti differenti:

  • Green water: la quantità di acqua piovana evaporata o traspirata dal suolo e dalle coltivazioni
  • Blue water: le acque di superficie (corsi d’acqua, falde) che vengono impiegate lungo la filiera e non restituite al terreno
  • Grey water: l’acqua inquinata dalla filiera, calcolata a partire dal volume che sarebbe necessario per ripristinare l’equilibrio ecologico e gli standard di qualità naturali.

La somma di questi tre elementi consente ai ricercatori di calcolare l’effettivo peso idrico delle coltivazioni e degli allevamenti e di tutte le produzioni che coinvolgono il settore agroalimentare e non solo. In tutti i casi, l’elemento che ha un maggior peso è quello della green water che varia di area in area, di stagione in stagione e che è condizionata anche dal cambiamento climatico.

Per farci un’idea di ciò di cui stiamo parlando, in Italia 6.000 litri d’acqua pro capite sono riconducibili quotidianamente all’impronta idrica dei nostri consumi, ovvero all’acqua assorbita nel ciclo di produzione degli alimenti e degli altri beni che consumiamo. Il 50% di questa è contenuta nei prodotti di origine animale. 

Vediamo alcuni esempi di impronte idriche.

Per produrre un hamburger di 150 grammi, ad esempio, come riportato sul sito di People for Planet, servono circa 2.500 litri d’acqua (si tiene conto anche dell’acqua consumata per produrre il foraggio per alimentare gli animali) e per

  • un chilo di pasta: circa 1.710 litri
  • un pomodoro: circa 13 litri
  • un chilo di carne di pollo: 4.300 litri
  • un chilo di carne di maiale: 6.000 litri
  • un chilo di carne di manzo: circa 15/16.000 litri
  • un chilo di mele: 822 litri
  • un chilo di mais: 1.220 litri
  • un chilo di zucchero: 1.780 litri
  • una tazza di caffè: circa 130/140 litri
  • un chilo di caffè tostato: 18.900 litri
  • un bicchiere di latte: circa 200-250 litri
  • un bicchiere di vino: circa 120 litri
  • un uovo: 135 litri;
  • un chilo di formaggio: oltre 3.000 litri.

Impressionante? Sì.

Cosa possiamo fare allora in prima persona per ridurre la nostra impronta idrica?

In primo luogo, possiamo ridurre il consumo di alimenti di cui è riconosciuto l’ingente impatto idrico. Ad esempio, possiamo preferire la carne di pollo a quella di manzo, scegliere di consumare più tè che caffè e, in generale, adottare soluzioni più sostenibili privilegiando la scelta di alimenti con il minor impatto idrico possibile all’interno della stessa categoria di prodotto che desideriamo.

La chiave, ancora una volta, è quella della consapevolezza di quanto si ‘mette nel carrello’.

Quindi possiamo:

  • mangiare meno carne: diversi studi hanno rivelato come una dieta vegetariana utilizzi fino al 55% in meno di acqua rispetto a una dieta onnivora e, in ogni caso, anche limitare il consumo di carne a due volte a settimana e ridurre le porzioni possono fare tanto.
  • mangiare carne di qualità migliore: sebbene animali allevati al pascolo e allevati in stalla utilizzino volumi relativamente simili di acqua, l’impatto è molto differente.  L’alimentazione degli animali al pascolo si basa principalmente sull’erba che cresce spontanea nei prati dove sono lasciati circolare in libertà mentre quelli allevati secondo il metodo convenzionale vengono nutriti a mais e soia coltivata secondo metodi intensivi, con ampio uso di risorse idriche, oltre che di fertilizzanti e antiparassitari. Inoltre vi è il problema creato dalle deiezioni che, se mal gestite, possono creare enormi problemi all’ambiente e alle falde acquifere sottostanti.
  • scegliere alimenti coltivati in maniera biologica e biodinamica: in genere i terreni bio mantengono una struttura tale da consentire una maggiore capacità di infiltrazione e ritenzione idrica, richiedendo, così, una minore irrigazione. Inoltre, senza pesticidi né fertilizzanti chimici, il deflusso delle fattorie biologiche è molto meno dannoso per l’ambiente naturale circostante.
  • mangiare più cibi freschi e poco raffinati: mentre frutta e verdura necessitano di acqua solo per crescere in campo, gli alimenti raffinati e conservati impiegano ulteriormente acqua, sia in fase di lavorazione per la pulizia dei macchinari e degli ingredienti, che nella produzione di carburante per la consegna e l’imballaggio e così via. La produzione in campo, inoltre, si serve dell’acqua piovana – l’“acqua verde” –  mentre per i processi di trasformazione si attinge a quella “blu” – ossia alle falde acquifere sotterranee – e a quella “grigia”.
  • mangiare locale: scegliere alimenti a km zero oltre a essere un ottimo modo per supportare l’agricoltura locale, contribuisce a ridurre la quantità di acqua impiegata nei trasporti e indebitamente sottratta alle comunità che popolano il territorio di produzione lontano.

E, infine, un’ultima raccomandazione: meno sprechi alimentari.

Si stima, infatti, che un terzo di tutto il cibo prodotto per il consumo umano venga sprecato. Una quantità sufficiente per nutrire ogni persona malnutrita in tutto il mondo per ben due volte.
E va sottolineato che, diversamente da quanto si pensi, almeno il 50% dello spreco alimentare nei paesi sviluppati avviene in casa. 

La prossima volta, prima di gettare del cibo nel cestino, sarebbe bene pensare anche a quanta acqua è servita per produrlo.

 

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