di: Pamela D'Andrea
Virtù per lo sviluppo personale: Temperanza

Nella conduzione delle nostre vite, nella spinta che percepiamo verso il reperire beni di consumo o esperienze come se fossero cose da collezionare ed esibire, avvertiamo sempre più spesso una nota un po’ stonata. 

È una tendenza che può avere varie origini, ma segnala che la nostra percezione di ciò di cui abbiamo bisogno con il tempo si è alterata, prestando il fianco ai bisogni indotti. 

Anche la semplice voglia di andare oltre e valicare i limiti di quella che per generazioni era definita una misura di decenza e sobrietà, sembra legittimare comportamenti che favoriscono il senso di libertà di fare come meglio si crede. Perché il portare avanti queste pulsioni dà l’idea di essere più vivi e forse più veri. 

Ma, a mio parere, sembra un inganno ben congegnato. I vantaggi in termini di comodità, rapidità dell’ottenimento, soddisfacimento di una pulsione, distraggono dall’effettivo sentire il bisogno di quella data cosa.

Se prendessimo l’abitudine di interrogarci più spesso in merito, probabilmente ci renderemmo conto che quello che conta veramente nelle nostre vite va tenuto in una considerazione differente. E che bisogna impegnarsi costantemente per far sì che si possa proseguire a beneficiare di ciò che riconosciamo giusto e autentico nella nostra vita. 

Guardiamoci dentro, l'aiuto che viene dalla Temperanza

A dare una mano in questo compito di autointrospezione e presa di coscienza è la virtù della Temperanza. Anche essa, come la Fortezza è una virtù cardinale. Eppure, nel tempo, si è persa la percezione della sua importanza. 

In tempi attuali ciò che sembra portare avanti la Temperanza è una moderazione delle nostre azioni e pulsioni, vista quasi come un contenimento forzato. 

Quanto di più sbagliato. 

La Temperanza porta in sé un forte senso di libertà: grazie al libero arbitrio possiamo stabilire entro quali limiti muoverci, così come affermato da Vito Mancuso nel suo discorso sulle virtù della Fortezza e della Temperanza UOMINI E PROFETI - Rai Radio 3 - RaiPlay Radio a partire dal minuto 28.45. 

Nell’antica Grecia il concetto più vicino a definire la Temperanza è quello della sophrosyne, così come ce la presenta Platone. Possiamo intenderla come l’arte della misura: conoscere i propri limiti e raggiungerli, senza aver bisogno di dimostrare di poter andare oltre. Nell’antichità chi valicava i limiti umani si metteva in aperta sfida con gli dei e si macchiava di hybris, dimostrandosi arrogante e prepotente, e nei miti si trovava a soccombere con una fine tragica.

Proprio perché la hybris veniva riconosciuta come un comportamento da evitare, già ai tempi dei Sette Savi si raccomandava la massima “nulla di troppo”.

Nella Repubblica di Platone la sophrosyne è la virtù che fa tendere l’uomo al raggiungimento dell’armonia e dell’ordine, proprio grazie alla capacità di regolare le proprie pulsioni, senza eccedere. In questo modo un carattere così strutturato e in grado di disciplinarsi con costanza può contribuire anche al bene della comunità.

Cicerone descrisse la sophrosyne greca con quattro termini, che restituivano altrettanti ambiti specifici nei quali misurarsi: temperantia, moderatio, modestia e frugalitas.

Educando il proprio comportamento al rispetto dei precetti di queste quattro inclinazioni, si evitava che l’istinto prendesse il sopravvento sulla ragione e che una cattiva gestione degli impulsi generasse infelicità e occasioni di prevaricazioni.

Per questo, alla virtù della Temperanza viene riconosciuto il merito di essere sempre rivolta alla ricerca del Bene, della pace e della felicità.

La capacità di auto-osservazione e auto-controllo dei comportamenti che questa virtù porta con sé permette di delimitare i confini entro i quali muoversi senza rinunciare a una vita costituita da desideri, passioni, inclinazioni, paure. Ciò che fa la differenza è la dose: per questo spesso la Temperanza viene rappresentata come una donna che, con una gestualità calma e controllata, mitiga con l’acqua versata da una brocca gli effetti inebrianti e svianti che possono derivare dal bere un vino troppo forte, contenuto in una brocca più grande o in un bacile. 

 

Così è presentata anche nella raffigurazione data da Piero del Pollaiolo per il Ciclo delle Virtù commissionato per decorare la sala dell’Udienza nel Tribunale della Mercanzia in piazza della Signoria di Firenze: la giovane donna siede composta sul solido trono marmoreo, accomodata in modo da dominare al meglio i suoi gesti attenti. Lo sguardo è basso e concentrato. Non manca una certa grazia nelle sue movenze, accentuate dalla preziosità  degli oggetti che sta impiegando: una brocca e un bacile finemente cesellati e arricchiti da pietre preziose e perle, che si ritrovano ricamati anche nelle vesti della giovane, di foggia semplice e funzionale per non intralciare i suoi movimenti. 

Una perfetta sintesi figurativa di ciò che permette di fare un animo guidato dalla Temperanza: nessuna rinuncia al bello e al buono, ma non si scade mai nell’ostentazione né nell’eccesso, perché non sono ritenute utili per il senso delle proprie azioni. 

Il poeta latino Orazio sosteneva in un celebre passo delle Satire che “est modus in rebus, sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum”: “vi è una misura nelle cose; vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”.

E un giusto uso delle proprie energie e risorse è l’invito di questa virtù, che per le sue caratteristiche potremmo definire economica ed ecologica.

Una qualità cui guardare con attenzione in relazione agli obiettivi dell’Agenda 2030, adottando comportamenti come quelli suggeriti nei nostri articoli della serie #SDGspertutti e in particolare in relazione all'Obiettivo 12 - Consumo e produzione responsabili e all’Obiettivo 13 - Lotta al cambiamento climatico.

 

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