di: Myriam Ines Giangiacomo
Pane e tulipani

"Un critico francese tempo fa coniò un termine estetico affascinante, se riferito a un film: “denso”. Ovvero compatto, senza sbavature, omogeneo e persino scorrevole. “Pane e tulipani” di Silvio Soldini è un film “denso”, di quelli che cominci a sorseggiare alla prima inquadratura e ti ritrovi a bere tutto d’un fiato fino alla dissolvenza in nero sui titoli di coda. Uscendo dalle nebbie poco serene dell’Ovest, il regista milanese scopre una vena creativa assai fertile, persino inaspettata se si pensa alla cifra stilistica del suo cinema precedente. Commedia: a volte in punta di piedi, leggera leggera, a volte travolgente come un fiume in piena, ricca di odori e sapori come un film di Kusturica. Densa, appunto. Rifacendosi a un caso di cronaca bizzarro (una donna “dimenticata” dal marito in autogrill), Soldini e la co-sceneggiatrice Doriana Leondeff seguono la protagonista Licia Maglietta che decide di prendersi una vacanza dalla vita in famiglia e si rifugia a Venezia. Conosce un gentiluomo d’altri tempi d’origine islandese, il delizioso Bruno Ganz, lavora da un fioraio anarchico, Felice Andreasi, e diventa amica della massaggiatrice “olistica” Marina Massironi. Insomma, volta pagina. Che poi il marito Antonio Catania sguinzagli un detective-idraulico per riacciuffarla, fa parte del gioco. Così come entrano nelle eterne (e ferree) regole della commedia i destini incrociati che mischiano i vari personaggi, gli equivoci e gli scambi. Ma in “Pane e tulipani” tutto vola alto: dal cast stellare alle varie sequenze che strappano applausi (la balera con Don Backy, la dichiarazione d’amore di Ganz, le gag con l’improvvisato e goffo investigatore, il grande Andreasi che non vende l’Iris perché “monarchico”). Soldini accetta la struttura del genere senza mai voler dimostrare di essere a tutti i costi “autore”. Evita le trappole (“Venezia la luna e tu”, ma senza oleografia) e si fa ritmicamente trascinare dalla musica indiavolata di Giovanni Venosta. Perfetta alchimia, solare malìa".
(recensione di Mauro Gervasini)


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