di: Myriam Ines Giangiacomo
Il male tra luce e abisso

“Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

(Eugenio Montale)
Montale trova metafore del suo male in tante cose, dal cavallo, che esanime stramazza, alla foglia che prima piena di vita, ormai secca, s’accartoccia su stessa. Quante volte il male è in questo senso un rinchiudersi, un moto interno verso abissi profondi di noi stessi sconosciuti e tremendi? Capita tuttavia che questi fantasmi emergano improvvisi e alla luce del sole assumano un’immagine che è diversa per ognuno di noi.
Quali sono dunque le nostre sofferenze? In che modo diamo o abbiamo dato sfogo al nostro lato oscuro? Quale immagine ha assunto nella nostra quotidianità? Shopenhauer ritiene che il male si possa sempre trovare e osservare nella vita di ogni giorno. Anzi, nella sua profondità può far aprire gli occhi di fronte a ciò che non è effimero e destinato a perire in un tempo breve. Come il piacere, che infatti è destinato a svanire con il tempo lasciando in noi illusioni che non riescono ad avere alcuna esistenza nella realtà. Può quindi il male avere una propria dignità e ragion d’essere o è pensabile sempre come la parte oscura del positivo e luminoso delle nostre vite? E’ addirittura possibile concepire il male come apertura verso il bene? Se così fosse, si tratterebbe di lasciarsi andare alla possibilità di esprimere ciò che il male potrebbe portare nella nostra vita e in quella degli altri. Un punto di partenza da cui sarebbe possibile trovare lo stimolo per muoversi e orientarsi verso la luce e il bene.
Vi invitiamo martedì 11 febbraio e martedì 11 marzo per dialogarne insieme nei Philotè che si terranno dalle 18,30 alle 19,30 da Fiorditè in via Raffaele De Cesare 98.

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